Corsi di neogreco a Cremona per l’anno 2017/18

SONO APERTE LE ISCRIZIONI PER L’ ANNO 2017/18.
Come lo scorso anno si richiede un versamento di 50€ a favore della scuola quale contributo per fotocopie ecc. Il bollettino per il versamento verrà consegnato al primo incontro. Le iscrizioni devono pervenire entro SABATO 21 OTTOBRE inviando una mail a info@ellade.org con il modulo allegato debitamente compilato.
Il primo incontro è previsto per VENERDI 10 NOVEMBRE per decidere insieme date e ore delle lezioni che si terranno presso la sede del Liceo Classico Daniele Manin di Cremona. Le lezioni saranno 16, della durata di un’ora e mezza ciascuna.

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Conclusione del corso di greco moderno al Liceo Classico “Daniele Manin” di Cremona

Ecco l’attestato col logo della nostra Comunità !!attestatoSi è concluso in questi giorni il corso di greco moderno, aperto a tutti, presso il Liceo Classico “Daniele Manin” di Cremona che ha visto una numerosa partecipazione di allievi. Uno di questi, che aveva già frequentato il corso negli anni precedenti, ha ottenuto la certificazione A2 (Πιστοποίηση Ελληνομάθειας A2)

Sede: Liceo Ginnasio Statale “Daniele Manin” – Via Cavallotti, 2   Cremona

Orari: Venerdì dalle ore 14.15 alle 15.45/16

Incontri: 19 per un totale di 30 ore

Livelli: principianti e intermedi

Costo: 50€ da versare alla scuola (ivi compresa l’assicurazione di obbligo se le lezioni si tengono in un edificio scolastico)

Inizio del corso: venerdì 11 Novembre 2016

Fine del corso: venerdì 19 maggio 2017

Il corso si è articolato sulle 4 abilità linguistiche: saper capire, parlare, leggere e scrivere.

In autunno si apriranno le iscrizioni per il nuovo corso 2017-2018.

 

Καλό Πάσχα — Buona Pasqua

Resurrezione di Gesù, mosaico dell'undicesimo secolo, monastero di Osios Loukas, Distomo, Beozia

Resurrezione di Cristo, mosaico dell’undicesimo secolo, monastero di Osios Loukas, Distomo, Beozia

Αγαπητά Μέλη και Φίλοι

η Ελληνική Κοινότητα της Μπρέσια και Κρεμόνα

εύχεται σε όλες τις οικογένειες

Καλό Πάσχα και Καλή Ανάσταση

με αγάπη, υγεία και ευτυχία

easteregg

Carissimi Soci ed Amici

la Comunità Ellenica di Brescia e Cremona

augura a tutte la famiglie una serena Pasqua

Quest’anno la Pasqua Ortodossa e quella Cattolica coincidonο

Buona Pasqua a tutti! 
Καλό Πάσχα σε όλους!

UOVA ROSSE E MAGHIRITSA: È ARRIVATA LA PASQUA!

La Pasqua è sicuramente la festa religiosa più sentita in Grecia. I preparativi per questa importante ricorrenza iniziano settimane prima; si comprano allegre decorazioni per abbellire le dimore e si scelgono con cura gli ingredienti per il pranzo più atteso dell’anno.

I greci che abitano in città tornano al proprio paese per qualche giorno e dagli agglomerati urbani parte una vera e propria fuga; la settimana di Pasqua- addirittura più che a Ferragosto- Atene si svuota al punto da diventare quasi irriconoscibile! Addirittura i siti archeologici e i musei fanno orario ridotto per permettere ai lavoratori di seguire le funzioni e la sera del sabato Santo è impossibile pensare di trovare qualche locale aperto; insomma, tutta la Grecia si ferma per qualche ora!

La Pasqua in qualche villaggio o sulle isole è sicuramente più caratteristica ma nella stessa Atene vengono mantenuti vivi gli usi secolari. Tra le tante tradizioni pasquali che si tramandano di anno in anno alcune sono davvero particolari e meritano di essere citate.

Le uova colorate di rosso sono sicuramente una di queste; il giovedì Santo le uova vengono fatte bollire insieme a del colorante alimentare rosso. Vengono poi consumate il giorno di Pasqua con un rituale molto peculiare chiamato tsoukrisma. I commensali, a due a due, prendono un uovo e lo sbattono, l’uno contro l’altro, facendone collidere le estremità; uno dei due esclama “Christòs Anesti” (Cristo è risorto) e l’altro risponde “Alithòs o Kyrios” (davvero -è risorto- il Signore). Il possessore dell’uovo rimasto intero dallo “scontro” prosegue e ripete la stessa scena con tutti i partecipanti. Vince la sfida chi ha scelto l’uovo più resistente, che rimane indenne più a lungo. Ma perché si rompono le uova una contro l’altra? Le uova colorate di rosso (come il sangue versato da Cristo) sono chiuse come lo era il Santo Sepolcro. Quando vengono sbattute e si frantuma il loro guscio ricordano il momento della Resurrezione.

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Nel frattempo, qualche giorno o qualche settimana prima della Pasqua, si sono già sicuramente preparate a mano (o acquistate) le candele per partecipare alla liturgia del sabato sera; queste particolari candele si chiamano lambades e vengono realizzate in diversi colori e in diverse forme. A quelle destinate ai bambini vengono applicati degli ornamenti o addirittura dei piccoli giochi che si possono poi conservare.

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La processione che si svolge la sera del Venerdì Santo è uno dei momenti più intensi del clima pasquale. L’epitaffio di Cristo, avvolto dai fiori, viene portato per le strade del quartiere alla fine della liturgia vespertina. Ogni chiesa ne prepara uno e il venerdì ci si può imbattere in molteplici processioni nel giro di pochi isolati. Ad Atene le processioni delle chiese più centrali convergono tutte a Syntagma.

Un’altra usanza diffusa in tutta la Grecia è quella di realizzare un fantoccio di paglia che simboleggia Giuda e di bruciarlo poi prima dell’annuncio della Resurrezione di Cristo. A seconda delle città la cerimonia può avvenire il venerdì oppure il sabato sera prima della mezzanotte. Sulle isole questa cerimonia è molto suggestiva perchè in genere si svolge in qualche luogo accanto al mare e lo spettacolo, soprattutto di notte, è davvero particolare.

Il sabato sera, poco prima della mezzanotte, i fedeli si recano in chiesa per assistere alla proclamazione di Cristo risorto. La folla è in genere talmente numerosa che in parecchi rimangono fuori dall’edificio. Ognuno porta con sè una candela che verrà poi accesa con la fiamma santa (agio fos) proveniente da Gerusalemme. Il momento dell’annuncio della Resurrezione di Cristo è davvero toccante; le campane suonano a festa in ogni dove. In quel momento, non si augura- come si potrebbe pensare- “Kalò Paska” ma, come spiegato poco sopra,  viene esclamato “Christòs Anesti” (Cristo è risorto) e la risposta è  “Alithòs o Kyrios” o “Alithòs anesti” (davvero -è risorto- il Signore).

La candela accesa con la fiamma santa non deve essere spenta. Tornati a casa, si fa il segno della croce sullo stipite della porta d’ingresso usando proprio questa candela. Fatto questo, si è pronti per mangiare la tradizionale cena pasquale, un piccolo assaggio dei festeggiamenti dell’indomani. Il piatto forte è la maghirìtsa, una zuppa preparata con interiora di agnello, aneto e riso e condita con avgolèmono, una salsa di uova e limone.

La domenica di Pasqua l’aria viene invasa dall’odore del souvla, dell’agnello allo spiedo (ovelìas). La preparazione del pranzo coinvolge tutti ed è un momento di grande festa.

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La tavola viene imbandita molto riccamente; oltre alla carne allo spiedo l’altra specialità pasquale è il kokorètsi, uno spiedino fatto di interiora di agnello. Come dolce si mangia dello tsourèki, un impasto semplice a forma di treccia a cui viene aggiunto, per l’occasione un uovo rosso. Il pranzo pasquale può durare diverse ore e in genere, dopo aver mangiato, si prosegue la festa ballando all’aperto.

Pasqua in Grecia: koulourakia, zuppa maghiritsa, ovelias e tsourekia

Quest’anno la Pasqua cristiana e quella ortodossa saranno celebrate nella stessa data: la coincidenza fra i due calendari ci offre l’occasione per raccontarvi le tradizioni gastronomiche greche. Dal Koulouraki alla zuppa maghiritsa, passando per ovelias e tsourekia.

Pranzo di Pasqua in Grecia

Pasqua ortodossa e Pasqua cristiana

Non c’è periodo migliore per visitare la Grecia. Ad aprile, quando il turismo è prevalentemente interno e le temperature non hanno ancora raggiunto le vette dei mesi estivi, questo Paese suddiviso fra le isole e la terraferma inizia a risplendere, grazie ai colori dei suoi prati di papaveri e al blu intenso del mare. Quale migliore opportunità della Pasqua per fare una visita? E quale migliore occasione della coincidenza con la Pasqua ortodossa per conoscere le tradizioni gastronomiche greche? La sovrapposizione fra calendario gregoriano, seguito dai cristiani d’occidente, e calendario giuliano, a cui fa riferimento la chiesa ortodossa, compresa quella greca, non è un evento regolare, bisogna infatti aspettare il 2025 perché si ripeta.

La Pasqua in Grecia

La Pasqua per i greci è la festa più importante dell’anno. Viene onorata con celebrazioni suggestive che mescolano elementi di stampo pagano ad altri di matrice cristiana durante la Settimana Santa, detta anche Settimana Grande, che inizia il sabato precedente la Domenica delle Palme e si conclude la Domenica della Resurrezione, protraendosi quindi oltre i canonici 7 giorni.

Si comincia il sabato “di Lazzaro durante il quale i giovani sono soliti bussare casa per casa cantando canzoni tradizionali e ricevendo in cambio dolci o frutta secca. Un tempo, la giornata dedicata a questo personaggio biblico, era l’occasione per le ragazze greche di incontrare i futuri fidanzati e per le famiglie di organizzare i matrimoni.

Pasqua in Grecia

La domenica successiva è detta “Giorno della vita e della morte” e ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme tra palme e schiere festanti di fedeli. Un questo giorno chiese e case vengono abbelliti da palme e da nastri, mentre le tavole vengono arricchite da pietanze a base di pesce.

Nella Settimana Santa ogni giorno ha un significato ben preciso: lunedì è il “grande giorno” in cui si inizia il digiuno per la purificazione, mangiando poco o nulla e bevendo esclusivamente acqua; martedì è “il giorno della “grande crisi”, in cui si iniziano a sperimentare i sentimenti di pentimento; mercoledì inizia la purificazione vera e propria, partendo da pulizie approfondite della propria casa e dei luoghi di culto.

Pasqua a CorfùPasqua a Corfù

Il culmine della Pasqua e le uova rosse

Da giovedì in poi il fervore delle celebrazioni diventa più intenso: è questa la giornata dedicata a colorare le uova sode di rosso, a simboleggiare allo stesso tempo sia il sacrificio di Cristo che la sua Resurrezione. Tutte le città e i paesi della Grecia, che siano sulla terraferma o sulle isole, si riempiono letteralmente di uova colorate.

Le uova di Pasqua in GreciaLe uova di Pasqua in Grecia

Il venerdì è il giorno del “grande dolore”: le luci vengono tenute basse o spente, gli addobbi vengono rimossi, cala un generale silenzio. Dopo la celebrazione degli esperinos (i vespri) nelle parrocchie ogni comunità celebra, a modo suo, la morte di Cristo, generalmente con processioni molto suggestive che ricordano i funerali. Ad Atene si brucia un fantoccio di Giuda precedentemente appeso su una barca al porto; a Corfù, nel Sacro Santuario della Madonna degli Stranieri (Panaghia ton Xenon), i fedeli rompono delle brocche d’acqua per simulare un terremoto così come descritto nel Vangelo, mentre diverse orchestre suonano musica classica per le vie dell’isola (è infatti chiamata Pasqua musicale di Corfù); a Tinos, isola in cui si registra un sincretismo religioso, l’Epitaffio di San Nicola, il santo protettore dei naviganti, arriva alla spiaggia di Kalàmia e viene immerso in acqua, con il suggestivo scenario del tramonto a fare da cornice.

Uova rosse per la Pasqua grecaLe uova di Pasqua in Grecia

Il Sabato è il giorno di preparazione per la celebrazione della Resurrezione, che inizierà a mezzanotte e si concluderà la sera successiva. Si decorano le candele per il fuoco santo, che non dovrà spegnersi per 40 giorni e soprattutto si preparano i piatti che saranno consumati durante il pranzo e la cena della domenica di Pasqua.

Koulourakia, zuppa maghiritsa, ovelias e tsourekia: i piatti della Pasqua greca

I koulourakia sono dei biscottini a forma di esse o a treccia che si mangiano per tutto il periodo pasquale. La loro preparazione inizia il mercoledì, con la benedizione della farina poi distribuita a forni e massaie che il giorno successivo la impiegheranno per i dolcetti, impastandola con burro, uova ed essenza di mandorla. I biscotti vengono decorati in maniera diversa, con frutta secca e canditi. Ad alcuni, chiamati lazzari, viene data la forma di figura umana, con mani, piedi e testa in risalto rispetto al resto del corpo. I biscotti ben conservati saranno consumati ben oltre il periodo pasquale.

KoulorakiaKoulourakia

Con la zuppa maghiritsa entriamo nel capitolo delle carni, in questo caso d’agnello, animale molto utilizzato nella cucina greca. È il piatto che rompe formalmente il digiuno pasquale: le donne greche lo preparano la mattina del Sabato Santo usando le frattaglie dell’agnello che verrà poi cotto sulla brace il giorno successivo. È una zuppa che cuoce diverse ore e va preparata con largo anticipo. A questa si accompagna l’avgolemono, un intingolo a base di brodo di carne, uova sbattute e succo di limone, che sarà aggiunto alla zuppa una volta ultimata la cottura. In alcune parti del Paese si aggiunge anche del riso bianco in cottura. Questa pietanza rappresenta la prima portata del lungo banchetto che si apre a mezzanotte del Sabato Santo per concludersi la sera successiva.

zuppa maghiritsa, Pasqua in Greciazuppa maghiritsa

Il piatto principale della Pasqua greca è l’ovelias, l’agnello cotto alla brace. Non è solo un piatto, ma un vero e proprio rito dalle origini molto antiche, narrato addirittura da Omero. La mattina di Pasqua gli uomini si vestono con gli abiti tradizionali e si alternano alla cottura: l’agnello viene prima immerso in una marinatura fatta con acqua, vino rosso, limone, cipolla e spezie varie, poi asciugato bene e messo ad arrostire. Tutto intorno, bande e danzatori tradizionali allietano il lavoro dei cuochi. Quando è pronto non è raro vedere più nuclei familiari sedersi allo stesso tavolo e festeggiare insieme mangiando all’aperto.

Ovelias, l'agnello pasquale grecoOvelias, l’agnello pasquale greco

Infine un dessert dal sapore particolare, il tsourekia. È una sorta di pane dolce a forma di treccia che si consuma dopo il pranzo di Pasqua. Il suo gusto deciso viene dalle spezie utilizzate per prepararlo, che sono insostituibili: il mahlepi, i semi di una pianta aromatica diffusa in tutto il medio oriente, in Grecia e in Turchia, dal sapore simile a quello della mandorla amara; il masticha chiou, una resina che si estrae dal tronco e dai rami del “mastichodendro”, poi trasformata in cristalli; il kakoules, una varietà locale di cardamomo. Spesso in Grecia queste tre spezie sono vendute in una mistura già pronta per preparare il tsourekia e altri dolci simili. È un dolce da gustare in loco, che non troverete fuori dal Paese se non rivisitato in pallide imitazioni: un motivo in più per passare la Pasqua alla scoperta delle tradizioni e dei sapori della Grecia.

Concerto di Rebètiko con gli Evì Evàn a Cremona e a Ghedi (BS)

14883641_10210242536493849_611792712281811601_oPage 1Dopo l’enorme successo di pubblico ottenuto lo scorso anno al Teatro Monteverdi di Cremona con il tutto esaurito, gli Evì Evàn ritornano per presentare il loro ultimo CD di Rebetiko.

VENERDI’ 31 MARZO ore 20:30 TEATRO MONTEVERDI viaDante149 CREMONA

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  SABATO 1 APRILE     ore20:30             GHEDI AUDITORIUM        piazza Roma 19 GHEDI  

L’ingresso è libero per tutti.

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O’ MERAKLIS
Il nuovo album degli Evì Evàn

rebetico-ghediMeraklìs in greco è chi sceglie con cura, animato dal meraki: il desiderio a volte eccessivo – quasi un ‘demone’ – di chi ama incondizionatamente le cose belle e raffinate. Con lo stesso spirito gli Evì Evàn hanno scelto una per una le tessere del complesso mosaico che compone il loro ultimo disco. “O’ Meraklìs”, appunto. Un viaggio tra il Pireo e gli angiporti dell’Asia Minore, scandito da alcuni pezzi originali e interamente registrato fra Atene e  Sant’Arpino – a due passi da Napoli.  Quella “O” davanti a “Meraklìs”, infatti, oltre che l’articolo greco, ha proprio nell’apostrofo un omaggio alla città di Partenope, al centro della “vita rebetika” degli Evì Evàn in Italia fin dai suoi primi passi, nel 2007. E perché gli Evì Evàn sono sì “meraklìs”, ma anche mangas (guappi), come ogni musicista di rebetiko che si rispetti. E si divertono a portare i suoni della periferia e dei porti greci su e giù per l’Italia, da Torino a Palermo, da Roma a Milano.

Nel nuovo cd degli Evì Evàn sono presenti tutte le declinazioni del rebetiko: lo hassapiko, uno dei ritmi più popolari, forse di lontane origini albanesi, che si balla solo con gli amici stretti; lo zeibekiko, dalle cadenze arcaiche, una musica ballata quasi immobili, cercando l’instabilità dell’equilibrio, raramente all’aperto o finché c’è ancora il sole; l’amanès, una sonorità che per noi ha un colore turco e orientale, ma che si è formata sull’influenza della musica bizantina e del suo suono “pesante”, come un lamento greve; e infine il tsifteteli, la danza del ventre greca, l’unica in cui si sorride; e lo hassaposerviko, con il suo ritmo di ascendenza slava.

IL REBETIKO

Il Rebétiko costituisce l’espressione più importane di un genere di canto popolare – distinto dalla vasta tradizione delle musiche greche regionali – che, già dalla metà dell’Ottocento, appare nei centri urbani della Grecia e in alcune città dell’Asia Minore popolate da comunità elleniche.
Le stradine di Costantinopoli e di Smirne, le salite dell’isola di Syros, le borgate di Atene, del Pireo e di Salonicco, ma anche le grandi città americane… tutte le parti del mondo dove si sono trovati a vivere i greci perseguitati dalla sorte, sono luoghi profondamente legati alla nascita di questo genere musicale che si diffonderà rapidamente prima tra i greci delle città dell’Asia Minore, poi tra gli emigrati negli Stati Uniti, radicandosi infine dopo il 1922 in Grecia.
L’animo orientale, ma anche più cosmopolita e raffinato, dei greci della Ionia, costretti dopo la “Catastrofe” (la tragica conclusione degli avvenimenti bellici del periodo 1919 – 1922 nella penisola microasiatica), ad abbandonare la loro terra d’origine ed a rifugiarsi nella madrepatria, s’intreccia nei porti e nei bassifondi delle città greche, con la malinconia e la passionalità della musica dei rebétes, e dei loro canti struggenti intrisi del fascino della protesta anticonformista, dando inizio al periodo d’oro dell’affermazione del rebétiko.
L’allontanamento graduale dai temi più radicali, farà guadagnare al rebétiko – dominato negli anni Venti dall’arte dei musicisti della “Scuola di Smirne” e nel decennio successivo dagli esponenti della “Compagnia del Pireo” ed ai loro bouzouki – un sempre più ampio spazio sociale, permettendogli di raggiungere tra gli anni ’40 e ’50 l’apice della popolarità, prima di volgere alla fase di declino.
Oggi, dopo la “riscoperta” degli anni Settanta, questa musica continua ad essere suonata e ad appassionare, riscuotendo numerosi consensi tra le nuove generazioni ed affermandosi come uno dei grandi simboli della tradizione musicale greca.

IL PROGETTO

Gli Evì Eván nascono nel 2007 dal desiderio di far conoscere alcuni degli aspetti meno conosciuti, ma forse anche tra i più autentici e interessanti, della cultura greca. Hanno esordito a Roma con il primo concerto di musica rebetika, un genere musicale all’epoca conosciuto da pochi ellenofili, sebbene la sua tradizione sia lunga quasi un secolo. Hanno suonato nelle taverne greche, nei centri sociali, ai matrimoni, ai festival e anche sul grande palco dell’Auditorium del Parco della Musica di Roma e nelle trasmissioni di radio e televisioni nazionali. Hanno spiegato che la Grecia non è solo il Partenone, le isole, il mare.

Fra centinaia di bicchieri di tsipouro e richieste di sirtaki mai esaudite, hanno raccontato la cultura del rebetiko, una musica che affonda le sue radici  nei ghetti delle città e nelle vicissitudini del sottoproletariato urbano. Una musica che non ha nulla a che vedere con quella rurale, delle isole o del folklore. Il rebetiko nasce al buio delle taverne e della notte; si balla senza sorridere; si consuma come uno stordimento dei sensi, accompagnato da vino e hashish. E’ una musica urbana che dal 1922, quando è nata, si è continuamente trasformata e mantenuta viva attraverso percorsi di migrazioni e viaggi, partendo da Costantinopoli e Smirne per arrivare ad Atene, Pireo e Salonicco.

LA BAND
L’orchestra italo greca Evì Eván è stata definita dal settimanale “Internazionale”  il “riferimento del rebetiko nel nostro Paese”. È composta da sette musicisti e ha collaborato con Moni Ovadia, Vinicio Capossela, Daniele Sepe, Gabriele Coen, Sofia Lampropoulou. La band ha orgogliosamente autoprodotto tre album: “Rebetiko” (2008), “Fuori Luogo” (2011), “Rebetiki Diadromì – Itinerario Rebetiko” (2014).
Della musica degli Evì Evàn si sono occupati anche Il Corriere della Sera, Il Corriere del Mezzogiorno, La Repubblica, Il Fatto quotidiano, Internazionale, Il Resto del Carlino, Rai Radio 2, Radio Popolare, Radio Città futura, AnsaMed, Radio Onda rossa, Mutinity radio San Francisco, Rai Mediterraneo, Rai3, La7, ERT3.

Καλή Σαρακοστή σε όλους — Buona Quaresima

Η λαγάνα

Η λαγάνα

FB_IMG_1488128617432Quest’anno la Pasqua ortodossa e quella cattolica si celebreranno nello stesso giorno Domenica 16 Aprile. Con oggi (Καθαρά Δευτέρα – Lunedì puro) inizia la Quaresima (Σαρακοστή) per gli ortodossi, mentre per i cattolici inizierà fra due giorni col mercoledì delle ceneri. Καθαρά Δευτέρα è stato chiamato così perché i cristiani devono essere “puliti”, mentalmente e fisicamente. E’ un giorno di digiuno e di riposo per i cristiani, ma il digiuno durerà altri 40 giorni, quanti sono stati i giorni di digiuno di Cristo nel deserto.
Per Καθαρά Δευτέρα di consueto si mangia la Lagàna (pane azzimo fatto solo in questo giorno), e altri commestibili quaresimali, soprattutto verdure, come la zuppa di fagioli senza olio.Tradizionalmente le famiglie si recano nelle campagne o nei parchi e mangiano all’aperto. Altri piatti tipici del giorno sono la taramosalata (una salsa fatta con uova di pesce e limone), le dolmadàkia (foglie di vite ripiene di riso), e tutti i frutti di mare, preparati in diversi modi. Il dolce della festa è il halvàs , una sorta di budino al semolino. Il pranzo all’aperto si accompagna a canzoni e balli tradizionali. Il simbolo assoluto del Καθαρά Δευτέρα e della sua atmosfera allegra e primaverile è l’aquilone: tradizionalmente bambini e adulti fanno volare l’aquilone. Ma c’è pure un altro gioco dei bambini che simbolizza la speranza e l’attesa di questa festa: la “signora Quaresima ” (Η Κυρία Σαρακοστή) una bambola di carta a sette gambe che rappresentano le sette settimane della Quaresima. Ogni settimana una gamba viene tagliata per mostrare quante settimane rimangono fino a Pasqua.
FB_IMG_1488129435667Καλή Σαρακοστή σε όλους !!

IN RICORDO DI JANNIS KOUNELLIS: UN’ARTE POVERA RICCA DI PROFONDA UMANITA’

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO QUESTO CONTRIBUTO DEL PROF. CARMINE LAZZARINI IN RICORDO DI JANNIS KOUNELLIS

UN’ARTE POVERA RICCA DI PROFONDA UMANITA’

Pochi giorni fa, il 16 febbraio 2017, si è spento a Roma il più famoso artista greco degli ultimi decenni, Jannis Kounellis, che era nato al Pireo nel 1936. Libertà e unicità (cioè originalità assoluta) era il suo motto di uomo e di artista: un greco rappresentante dello “spirito greco” di tutti i tempi. In un’intervista, disse al suo interlocutore: “La libertà è anche onirica. La immagini. Ne sei attratto. Ti mette in movimento. E’ un sogno che non finisce. Dunque bisogna essere sempre per la libertà. Perché ti aiuta a sognare. E questo è indispensabile per chi fa il mio mestiere”.

Ventenne, Kounellis era giunto a Roma per studiare all’Accademia delle Belle Arti e qui cominciò a sviluppare la sua opera di innovatore, che suscitò sempre polemiche e discussioni sul senso del fare arte nella contemporaneità: dispute accese ma mai banali, in quanto obbligavano ad un approfondimento sul rapporto tra la grande tradizione (che ricercava la bellezza e l’armonia) e i drammi del “secolo breve”.

Il grande psicanalista Massimo Recalcati scrive di lui: “Dobbiamo immaginarci Jannis, il bambino di dieci anni che nella sua casa greca resta spaventato e affascinato dagli angoli dove nella notte apparivano ombre misteriose. Angoli, spigoli, anfratti, insenature: per Kounellis non c’è arte senza il senso del mistero, senza incontro con il buio dell’angolo. In questo senso, come afferma, l’opera è farsi percorrere dall’ombra”.

Kounellis, più che pittore, fu il creatore di “installazioni e performance” memorabili, riconosciute come capolavori dell’arte contemporanea. Si pensi ai cavalli legati alle pareti della galleria (natura viva, non morta, diceva), alla “Porta chiusa” di San Benedetto del Tronto, ai “buoi macellati” di Barcellona, ai suoi numerosi “Senza titolo”. Nelle sue installazioni compaiono di volta in volta elementi che si prestano all’interpretazione simbolica: carbone, fuoco, labirinti, sacchi e vecchi indumenti, ferro vecchio, cocci dei villaggi cinesi, vele mosse dal vento. Scenografie costruite intrecciando materiali d’uso ed elementi che rimandano al mito, al simbolo, attraverso i quali il visitatore diventa co-costruttore di senso, protagonista della sua “arte povera”.

Sosteneva che l’arte è profondamente legata alla malinconica, al senso della tragedia del nostro tempo. Disse: La melanconia va messa in rapporto con l’ottimismo voluto ed imposto dai poteri economici. Di fronte a questa “interessata marea allegra”, parlare di melanconia è come mettere un dito nella piaga”. Un emulo di Odisseo, dunque, che voleva varcare tutte le colonne d’Ercole, rompere lacci e strettoie, verso il nuovo: ma sulla sua nave portava con sé quanto aveva raccolto dal passato, dalle sue avventure.

Un critico ha scritto che la sua era un’arte epica, che esprimeva tutto il lascito del passato: “Il funebre treno colmo di cappotti neri che aveva allestito alla Pescheria di Pesaro sapeva evocare la tragedia dell’Olocausto e con essa tutto il dolore che l’umanità ha sopportato nel corso dei secoli, dei millenni. Come se tutti i funerali celebrati al mondo fossero precipitati lì, in un solo luogo e in un solo tempo” (Gregorio Botta).

Vogliamo terminare questa “con-doglianza” (un soffrire e un ricordare insieme), con l’analisi di una sua famosissima opera del 1975: Tragedia civile. Un’opera perturbante, apparentemente assurda, ma che riassume tutta la storia dell’arte e della tradizione greca. Una stanza vuota, la parete dipinta d’oro, una vecchia lucerna sulla sinistra, a destra un attaccapanni con un cappello e un cappotto, entrambi neri.

Scrive Recalcati: “Solo  la presenza di una lampada a petrolio  che condensa quella storia dell’arte che ha dato corpo al grido drammatico dell’uomo: la luce ombrosa di Caravaggio, la lampada sul tavolo dei Mangiatori di patate di Van Gogh, quella di Gernica… Mentre nelle icone bizantine l’oro sottolinea e circonda il carattere sacro del volto del santo, l’oro circonda qui un’assenza… In Tragedia civile il contrasto tra l’assoluto dell’oro e l’assenza evocata dalla presenza del nero degli abiti appare ancora più lacerante: l’uomo – ecco forse la tragedia – ha deposto i propri abiti, di lui non resta nulla: solo la sua mancanza, la sua assenza”.

Grazie Jannis, per obbligarci a pensare, per spingerci a difendere valori che ci aprono ancora alla speranza.

CARMINE LAZZARINI 23/2/2017

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: LA RAGAZZA DEL MAR NERO

VENERDI’ 10 MARZO ALLE ORE 17,30 a Cremona  Sala Spazio Comune in piazza Stradivari, verrà presentato dall’autrice Maria Tatsos il libro LA RAGAZZA DEL MAR NERO, la tragedia dei greci del Ponto.

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Una storia vera che sembra un romanzo: il drammatico e poco conosciuto genocidio dei greci del Ponto in cui si possono “leggere” le tante tragedie e persecuzioni di oggi. Il 19 maggio di ogni anno, in Grecia e nelle comunità greche sparse in tutto il mondo, si celebra la Giornata della memoria del genocidio dei greci del Ponto, un evento drammatico ma poco noto della Storia del Novecento. All’inizio del secolo scorso, circa settecentomila greci vivevano sulle sponde del Mar Nero. Di fede cristiano-ortodossa, avevano salvaguardato la loro identità etnica, culturale e religiosa, pur facendo parte dell’Impero ottomano, in una situazione di convivenza pacifica. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, tutto cambiò. Prima il genocidio degli armeni (1915), quindi la persecuzione dei greci e degli assiri. La politica attuata tra il 1916 e il 1923 nei confronti dei greci del Ponto portò a massacri, deportazioni, marce forzate in pieno inverno, arruolamento degli uomini in battaglioni di lavoro. Dei settecentomila abitanti originari, circa la metà trovò la morte, mentre i sopravvissuti fuggirono in Grecia. La giornalista Maria Tatsos ci racconta la storia di una di loro: Eratò Espielidis (1896-1989), nata sulle sponde del Mar Nero a Kotyora (l’odierna Ordu), e della sua famiglia. Dall’infanzia felice nella sua casa sul mare all’angoscia di giovane sposa cui è portato via il marito e di madre che lotta per la sopravvivenza del suo bambino di due anni, la vicenda di Eratò – nonna dell’Autrice – è emblematica della tragedia vissuta da molte famiglie greche del Ponto. La vicenda personale e quella di un popolo sono raccontate dalla Tatsos al tempo stesso con l’obiettività della studiosa e la passione di chi è direttamente coinvolto. Scrive la Tatsos nell’introduzione: “La storia di mia nonna Eratò è una goccia nel mare di un’immane tragedia. Questo libro vuole essere un tributo alla memoria, per non dimenticare e per capire quanto siano simili le stragi di ieri a quelle di oggi. Ma è anche un inno alla speranza, perché una società che sa essere accogliente può diventare più ricca. Perché anche i nostri nonni o bisnonni, in altri momenti della Storia, sono stati profughi, immigrati, stranieri e, se hanno fatto fortuna in terre lontane, è perché qualcuno ha offerto loro un’opportunità. E perché l’ospitalità, praticata come facevano i miei antenati, è un dovere sacro, come esseri umani e come cristiani, per non lasciare vincere l’odio, mai”.
 
maria-29Maria Tatsos, di origine greca, è laureata in scienze politiche e diplomata in lingua e cultura giapponese presso l’Isiao di Milano. Giornalista professionista freelance, scrive per Elle e altre testate, collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e con il Centro di Cultura Italia-Asia. Tiene corsi di scrittura autobiografica ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche.
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