Un romanzo di Francesco Puccio ambientato in un’isola greca

Mercoledì 9 aprile 2014 a Brescia

Un romanzo di Francesco Puccio ambientato in un’isola greca

La Comunità Ellenica di Brescia e Cremona comunica che mercoledì 9 aprile alle ore 18 verrà presentato a Brescia, presso la Feltrinelli di via Zanardelli n.3, il romanzo “Mathilde bianca di calce” di Francesco Puccio. Oltre all’autore sarà presente la storica dell’arte Barbara D’Attoma. Nel libro si racconta la storia di un amore, ambientato su un’isola greca, tra Diego, un italiano giunto sul posto per realizzare un servizio fotografico per conto di una rivista turistica, e Mathilde, una francese studiosa di storia dell’arte, in vacanza sull’isola.

Sullo sfondo, in dissolvenza, rivivono i miti dell’Ellade.

La nostra Comunità ha dato il proprio patrocinio all’iniziativa.

INVITO- Mathilde bianca di calce, romanzo di F. Puccio alla Feltrinelli di Brescia

25 marzo 1821 – La bandiera greca sventolò sul monastero di Aghìa Lavras

Grecia: 25 marzo, Festa Nazionale

25marzo

La bandiera greca sventolò sul monastero di Aghìa Lavras

 Il 25 marzo 1821 ricorda la guerra d’indipendenza dall’impero ottomano

Il 25 marzo, in Grecia, è una festa nazionale molto sentita: si celebra la sollevazione popolare, la guerra d’indipendenza dall’Impero Ottomano che per secoli ha usurpato la terra che è stata culla della civiltà, del pensiero e delle arti. La data, che coincide con la festa, molto sentita, dell’Annunciazione, venne scelta appositamente dal metropolita di Patrasso Germanòs e dagli insorti. La giornata iniziò con la benedizione della bandiera greca, allora con croce azzurra su fondo bianco, nel monastero di Aghìa Lavras, nel Peloponneso, bandiera- simbolo che venne poi issata sui tetti dello stesso monastero. Nella religione e nella lingua, i greci avevano trovato gli elementi di identità comune contro gli occupanti.

Tutto aveva avuto inizio nel 1453 con la caduta di Costantinopoli e, praticamente, dell’Impero Bizantino. Con la conquista della Morea (il Peloponneso) ad opera dei turchi nel 1460, cadde anche l’ultimo territorio bizantino ed ebbe inizio un periodo buio, lungo quasi quattro secoli. I turchi ottomani con ferocia e crudeltà, uccisero, rubarono, ma soprattutto calpestarono la libertà dei popoli che facevano parte del leggendario impero.

Una situazione del genere,  non poteva essere tollerata. Infatti i greci si arruolarono in molte guerre che altri stati mossero contro l’impero ottomano. Furono presenti alla battaglia di Lepanto nel 1571; appoggiarono in tutti i modi la rivolta dei contadini dell’Epiro nel biennio 1600-1601; molti, nel periodo tra il 1684 ed il 1699, si arruolarono nelle truppe della Repubblica di Venezia contro i turchi per il controllo militare ed economico della Morea e dell’Egeo. Alcuni storici vedono nell’appoggio dei greci dato al conte russo Aleksey GrigoryevichOrlof, nel 1770, un anticipo della vera rivoluzione che porterà alla guerra per l’indipendenza della Grecia. Orlof, che comandava la flotta navale russa, in realtà aveva lo scopo di dividere in due i territori ottomani per favorire i commerci russi. I greci della Morea riuscirono vittoriosi in alcune battaglie, pur in inferiorità numerica, e conquistarono grandi fette di territorio ma, non avendo avuto seguito la sollevazione popolare in altre parti della Grecia, ebbero, in breve addosso i turchi che operarono grandi stragi.

Alla fine del ‘700, Rigas Fereos (Ρήγας ΒελεστινλήςΦεραίος, Feres 1757-Belgrado 1798), un precursore dell’indipendenza, diede alle stampe una serie di documenti aventi per tema l’idea di una Grecia libera. Nel 1798 fu assassinato da agenti turchi.

Per una rivoluzione organizzata bisognava aspettare il 1814. In quell’ anno infatti, tre greci, Nikòlaos Skoufàs, Emmanouel Xànthos, Athanàsios Tsakàlof, fondarono a Odessa la Filikì Eterìa (Φιλική Εταιρία), una società segreta con il compito di riunire tutti i leader delle classi greche, in Grecia e altrove, con l’obiettivo finale di liberare la patria. La stessa organizzò moti rivoluzionari nel Peloponneso, a Costantinopoli e nei principati danubiani. Fu in questi ultimi che, il 6 marzo 1821, ebbe inizio la prima grande rivolta capitanata da Alessandro Ypsilanti (Αλέξανδρος Υψηλάντης, Costantinopoli, 1792-Vienna, 1828), che, a causa del passaggio di armate russe a fianco degli ottomani e di defezioni nel proprio esercito, fu definitivamente sconfitto a Drăgăşani il 19 giugno 1821. Ma ormai la scintilla era accesa. Il 17 marzo i manioti, una popolazione del sud, avevano dichiarato guerra agli ottomani e, entro fine mese, tutto il Peloponneso aveva imbracciato le armi contro il secolare nemico.

Il 25 marzo vi furono i fatti menzionati del metropolita Germanòs. Una data piena anche di significato religioso: l’Annunciazione alla Madonna, secondo la Chiesa, è l’inizio della fine della schiavitù dal peccato e l’arrivo della salvezza tramite la nascita di Gesù Cristo.

Nel giro di un anno i greci conquistarono vasti territori, numerose città e la stessa Atene. Proclamarono l’indipendenza della Grecia a Epidauro il 13 gennaio 1822. Insorsero la Grecia centrale, la Macedonia, Creta, isole dell’Egeo … Sommosse represse nel sangue da ottomani ed egiziani chiamati in loro aiuto che riconquistarono, negli anni seguenti, pure parte del Peloponneso.

In quel periodo si distinsero condottieri di valore come: Theodoros Kolokotronis (Θεόδωρος Κολοκοτρώνης, Ramavouni, 1770-Atene, 1843); Georgios Iskos (Γεώργιος Ίσκος, meglio noto come Georgios Karaiskakis, Γεώργιος Καραϊσκάκης, 1782 – 1827); Andrèas Vòkos Miaoùlis (Ανδρέας Μιαούλης; Eubea, 1768-Atene, 1835) ed altri combattenti ancora.

In quel periodo  si scrissero le pagine più gloriose della storia greca. La tenacia, il coraggio e il sacrificio erano all’ordine del giorno, la risposta alla malvagità del conquistatore. Il motto era: “Libertà o morte” (Eλευθερια η’ Θανατος). Tutta l’Europa si identificò con le battaglie per l’indipendenza di una manciata di uomini perché alla fine era quella la verità: contro il gigante ottomano si erano alzate con orgoglio persone con poche risorse ma tanta voglia di libertà.

Ci sono volute però ancora tante battaglie per arrivare a parlare di stato greco nella sua forma odierna.

Nel 1829, con il trattato di Adrianopoli, vennero dichiarate la fine della guerra e l’autonomia della Grecia

sotto il protettorato di Francia, Gran Bretagna e Russia. L’indipendenza venne riconosciuta effettiva con il protocollo di Londra del 1830. Era ancora una Grecia priva di molte regioni come la Tessaglia, la Macedonia, l’Epiro e la Tracia, Creta, ancora sotto il dominio ottomano ma il processo di unificazione era iniziato. Le isole Ionie, protettorato britannico, vennero unite alla Grecia nel 1863. Le zone del Ponto e dell’Asia Minore, abitate da greci, vissero periodi travagliati

Ma quel 25 marzo 1821 ha sempre, nella mente e nel cuore di tutti i greci, un significato particolare.

Ed è ancora uno degli innumerevoli motivi della fierezza greca.

 Elina Lanzi

Angelo Locatelli

“Da Pericle a Papadìmos” di Enzo Terzi

Oggetto: presentazione del volume “Da Pericle a Papadìmos” di Enzo Terzi

Cremona, “Spazio Comune”, Piazza Stradivari, 7,  2 marzo 2014, ore 11

Comunicato Stampa

Pericle era l’uomo forte che nell’Atene del V secolo favorì la democrazia.

 Lucas Papadìmos era l’economista al governo della capitale nel terribile anno 2012, mentre la Grecia sprofondava.

Tra loro, Enzo Terzi, che con il suo volume “Da Pericle a Papadimos”, racconto autobiografico, excursus storico e reportage di attualità, teorizza, dalla città di Atene ove risiede,  la fine di un’epopea iniziata proprio nel V secolo. Come la democrazia nacque a seguito di turbolenze sociali e civili, oggi, con la rivolta, si segna il punto di arrivo e la necessità di una ricostruzione calibrata su un novo uomo moderno. Una rappresentazione dettagliata e documentata di una crisi oramai pluriennale, non troppo lontana, in fondo, dalla realtà di molti altri Paesi europei.

Una lezione che la Grecia contemporanea, pur suo malgrado, vuole offrire all’Europa, così come, nell’antichità.  Una lezione sofferta dalla quale, con impegno, la Grecia potrebbe, dalle sue ceneri, promuovere un nuovo rinascimento.

[ locandina dell’evento ]

La scrittura come farmaco – Storia e testimonianza di Rita Nicolaidis.

La nostra associata Rita Nicolaidis, lunedì 10 febbraio 2014, ha presentato, presso l’Università della Terza Età di Cremona, un libro autobiografico di grande intensità che ha coinvolto un pubblico attento che, in più di un’occasione, ha sentito la spontanea necessità di applaudire. Applausi ammirati alla sua forza di voler guardare alla vita con ottimismo, in omaggio alle mille sfaccettature di quella grazia e delicatezza che traspaiono nonostante le difficoltà derivate da un’emiparesi postraumatica. Accanto a lei un altro nostro socio, Carmine Lazzarini, che, con la competenza che lo contraddistingue, ha illuminato certi passaggi della narrazione legati alla vita della scrittrice in correlazione allo scritto come cura, come ricordo, come voglia di andare avanti con determinazione.

 

In una lezione tenuta all’Università della Terza Età di Cremona, Rita Nicolaidis, di origine greca (il nonno era di Rodi), una laurea in Filosofia all’Università di Bologna, ha narrato la sua esperienza drammatica, che trova sbocco nella scoperta della scrittura come farmaco, come cura di sé. L’incontro, al Teatro Filodrammatici di Cremona, è stato introdotto dal prof. Carmine Lazzarini, Collaboratore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, che ha riassunto i temi del testo pubblicato da Rita  “Vola colomba, aringhe affumicate e farfalle” (Ladolfi Ed., 2012). Mentre Enza Latella, del gruppo teatrale “Primadonne” ne ha letto passi salienti, con grande efficacia e immedesimazione.

Dopo aver citato esempi e testi famosi (da Ovidio a Viktor Frankl e David Grossman), Lazzarini ha precisato che l’autobiografia di Rita (scritta in terza persona in modo da distaccarsi da una materia “vissuta” in modo bollente da diventare lancinante) presenta il suo personaggio alle prese con i postumi di un incidente stradale capitato il 5 dicembre 1993, da cui si è salvata per caso, o per miracolo: la macchina che la seguiva era di un medico, Livio, che aveva con sé la borsa con i farmaci per riportarla in vita.

La protagonista del testo è una donna giovane, forte, bella, sportiva, coraggiosa e mai doma, che tornando da Rimini una giornata d’inverno, già vicino a casa, sbanda e si trova in coma per 26 giorni all’Ospedale Civile di Brescia, poi con un’emiparesi e una emianopsia sinistra, oltre a vari disturbi dell’orientamento, dell’attenzione e la necessità di una fisioterapia continua. Ma Rita reagisce con forza, con rabbia, con caparbietà, fino a sfidare il proprio destino di disabile.

Il testo narra le progressive conquiste in quasi due decenni. La lotta per rivivere in piena autonomia, senza farsi smontare da nulla, verso una “normalità” irraggiungibile, ma di fatto raggiunta. Tanti gradini da fare uno per uno, per giungere in cima ad una scala che non ha fine. Senza mai mollare, senza arrendersi di fronte a prognosi negative. Fino a conquistarsi una mobilità “accettabile”, un lavoro “accettabile”, la piena autonomia in una solitudine voluta (ma il gatto Zerby c’è), in una casa con un mutuo da pagare mese per mese. Autonoma volutamente, fino ad arrivare a dire “Che noia!”, quando l’aiutano troppo, facendola sentire handicappata.

Scrive: “Le viene da pensare che chiunque si trovi in uno stato di emergenza di salute debba reagire nella sua stessa maniera: con grinta estrema, cercando sempre una briciola di miglioramento ogni istante, di giorno in giorno. Lei l’ha cercata con intelligenza, coniugando alla riabilitazione le sue passioni, i suoi interessi, la musica prima di tutto. Alla sera aveva deciso, ad esempio, di cenare ad orario preciso, ma, per regolare l’istinto di fame che aveva ereditato dal coma, doveva attendere fino alle 20; per distrarre il suo senso di fame, leggeva”.

Con ottimismo, al giorno d’oggi, afferma che la vita è più dolce, ha più sapore, anche se a volte è stucchevole e allora non pensa al tempo passato e a come sarebbe potuta essere”. Oggi dice: «Ho questa vita e la voglio vivere fino in fondo al meglio!».

In questa sua reazione Rita Nicolaidis sperimenta che cosa significa “resilienza”, un termine passato dalla scienza dei materiali (capacità di reggere agli urti violenti) alla medicina e alla psicologia, riorganizzando- come ebbe a scrivere Elena Malaguti (“Educarsi alla resilienza”, Erikson, Trento 2005)- “il proprio percorso di vita, trasformando l’evento doloroso e traumatico in un processo di apprendimento e di crescita, quando le attività abituali della quotidianità sono state interrotte”.

Il filo conduttore di “Vola colomba” vuole rispondere alla domanda: come vivere una vita piena, dotata di senso globale, ricca di momenti di scoperta e di conquista, di sorpresa, nella quotidianità del presente, nella rievocazione del passato e nel sogno/speranza per il futuro. Quali passaggi sono necessari per arrivare a dire: ora, solo ora, vivo una vita piena, forse proprio grazie … al trauma!

Il testo di Rita è paradigmatico da questo punto di vista. Manifesta ad un certo punto un “atto di fede”, con la scelta di giocare fino in fondo le carte di una seconda possibilità: una seconda vita laddove la prima è finita traumaticamente. Non sfuggire all’incontro con la disabilità, la menomazione, il dolore, ma  “cogliere la malattia come opportunità di riscatto”, imparando a vivere non solo nonostante la malattia, ma avendo il coraggio di utilizzare tale stato come fonte di sviluppo, fino a rendere la nuova seconda vita più felice di quella precedente al trauma.

Scrive: “In ogni caso la sua era pur sempre una vita che reclamava dignità: meritava di essere vissuta al meglio. Perciò… era fermamente convinta dell’importanza di trarre profitto dalla difficoltà della propria condizione”. In tale condizione un passaggio importante fu per Rita scoprire la “bellezza della quotidianità”.

Scrive ancora: “Forse per apprezzare la quotidianità dei gesti bisogna semplicemente applicare ciò che Paolo Jedlowski sostiene in ‘Un giorno dopo l’altro’, cioè che ci si deve sforzare di interpretare la consuetudine sempre in modo eccezionale, attribuendo un significato di novità ad ogni cosa, dal risveglio, innanzitutto, e poi, di seguito, a tutto il resto della giornata. Sarà utile, per dirla con una felice metafora di Marianella Sclavi, ‘uscire dalle  cornici per esplorare mondi possibili’ ”.

 Per lei, sarebbe cominciata con una nuova fase di rieducazione nella quale compare la scoperta del valore della scrittura autobiografica, molto efficacemente esplicitata da Rita nel suo intervento all’incontro.

“La scrittura è lo strumento per ottenere concretamente la ‘catarsi del dolore’, in una parola trasformazione di esso in qualcosa di diverso, di più  accettabile. Il dolore, morale lancinante, quello di trovarsi in un letto d’ospedale a ventotto anni, non sapendo nulla sull’accaduto, sapendo e capendo solo di essere immobilizzati e magrissimi per i giorni trascorsi nella camera di terapia intensiva. Erano situazioni di malattia che io non conoscevo -scrive- e nessuno in ospedale mi aveva informato di ciò che mi stava accadendo. I miei familiari parlavano con me, ma io ero in uno stato di post-coma, addirittura, per il liquido fermo nel cervello nella parte del linguaggio, non avevo più la parola, cioè riuscivo a pensare, ma non usciva niente dalla bocca. Più che dolore era panico del non sapere, c’era poi anche in certa misura il dolore fisico, questo degli spasmi, in primis, insieme al malessere del ricovero in ospedale; il dolore per i familiari, il forte senso di colpa in particolare per la madre che mi accudiva quotidianamente giorno e notte. Ebbene, la scrittura con cui mi disimpegnavo discretamente ma per la quale alle superiori non eccellevo, mi ha aiutato a prendere le distanze… Ogni giorno mi trovavo davanti al computer del lavoro per individuare una nuova rappresentazione di me, l’identità narrativa.

La traduzione in parole sul foglio, cartaceo, ma meglio, digitale, del mio essere fisico, motorio, mentale, mi ha aiutato a trovarmi, a riconoscermi e lavorare con la testa sul dolore, di cui vi ho parlato, a dargli forma, a tenergli  testa/attuarne la catarsi, così la mia esistenza si ricuciva alle emozioni, ai sentimenti tragicamente interrotti  sul lettino della rianimazione dell’ospedale di Brescia. Tale operazione aveva alla fine una funzione sedativa e rigenerativa: dopo la scrittura mi sentivo  più in pace e più forte, restituendomi la forza primitiva della mia persona, mettendomi in grado di ricominciare a ‘vivere la vita nonostante’. Molto importante diventava la sospensione narrativa, ossia la ricerca spasmodica della parola giusta, quella più adatta per definirmi. La dimensione del tempo faceva in modo che il momento in cui raggiungevo, individuavo, la parola giusta, quella più precisa per definirmi, diventava un momento di euforia, esaltazione: il tutto coincideva con la catarsi. Certamente, io sono già per indole analitica e cerebrale, ma è stata  la scrittura che mi ha aiutato a capire che cosa stava succedendo al mio corpo e alla mia mente, il vedere sul foglio concretamente la parola scritta ferma, che definisce, aiuta a pensare, riflettere. La scrittura era diventato l’atto quotidiano con cui riprendere le fila della mia vita, era il farmaco di ogni giorno”.

Questo mi piacerebbe comunicare a tutti: è importante entrare in relazione con le persone, gli animali, le cose, il mondo, con tutto ciò che ci circonda, come fa lei oggi, come mai aveva fatto. C’è voluto l’handicap per sentire la necessità di concepire e poi attuare un simile pensiero e una tale scelta di vita. D’altra parte, come continuo a sostenere: “È necessario uscire dalle cornici per esplorare mondi”.

rLazzarini, Nicolaidis, Latella rPubblico presente in sala rRita Nicolaidis

Dalla Comunità Ellenica di Brescia e Cremona Buzalis tesoriere nazionale delle Comunità Elleniche

Dalla Comunità Ellenica di Brescia e Cremona Buzalis tesoriere nazionale delle Comunità Elleniche

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Il medico Costantino Buzalis, presidente della “Comunità Ellenica di Brescia e Cremona” con sede in Pontevico, è stato eletto alla carica di tesoriere nazionale della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche d’ Italia. L’elezione è avvenuta sabato 26 ottobre a Milano presso il palazzo Humanitas di via San Barnaba dove ha sede la comunità milanese. Buzalis affiancherà i neoeletti: Jannis Korìnthios della Comunità Ellenica di Napoli a
Campania nominato presidente della Federazione; Maria Chapalòglou della Comunità Ellenica della Calabria “Megàli Ellàda” (“Magna Grecia”) eletta vicepresidente; Nikos Fràngos della Comunità Ellenica di Milano, segretario.

Grecia, 28 ottobre “Ημέρα του όχι”, la “Giornata del No”

La Festa Nazionale che ricorda l’orgoglio greco

Il 28 ottobre, in Grecia è festa nazionale. Si celebra il “Giorno del no” , “Ημέρα του όχι”(“Iméra tou Ochi”), il “No”, “Το όχι” (“To Ochi”) cioè il rifiuto di consegnare la Grecia a Mussolini che aveva chiesto di occupare, con forze armate italiane, punti strategici non identificati a garanzia della neutralità greca nei confronti dell’Italia. Questo col timore che la penisola ellenica, che era in buoni rapporti con la Gran Bretagna, potesse divenire una base operativa di quest’ultima e dei suoi alleati durante il secondo conflitto mondiale.

L’ambasciatore italiano ad Atene Emanuele Grazzi consegnò l’ultimatum al primo ministro e dittatore Ioannis Metaxàs alle 3 del mattino del 28 ottobre 1940. La scadenza dello stesso era stabilito per le ore 6. Mancava il tempo necessario per informare il re, Giorgio II, consultare il ministro della Difesa e il comandante dell’esercito, il generale Alèxandros Papàgos. L’Italia non specificava, nel messaggio consegnato, i luoghi che voleva occupare e neppure il latore dello stesso, Grazzi, non li conosceva: la Grecia, in tal modo, poteva essere occupata totalmente e trovarsi in balia di Mussolini. Nel documento veniva inoltre specificato che “ove le truppe italiane dovessero incontrare resistenze, tali resistenze saranno piegate con le armi e il governo greco si assumerebbe la responsabilità delle conseguenze che ne deriverebbero”.

Il no di Metaxàs fu categorico! La Grecia era uno stato libero. L’amore per la patria e la Libertà, l’orgoglio dei greci non potevano essere messi in vendita.

“Alors, c’est la guerre”, “Allora è guerra”, rispose il politico greco. La mattina alle 5,30, con mezz’ora di anticipo sulla scadenza, le truppe italiane varcarono i confini. La Grecia, che aveva più volte ribadito la propria volontà di volere essere neutrale nel 2° conflitto mondiale, entrava in guerra.

Dopo le iniziali vittorie italiane, i greci riconquistarono il territorio perduto e penetrarono in Albania, allora colonia italiana, conquistandone circa un quarto.

Il 6 aprile 1941, le truppe germaniche entrate in Grecia dalla Jugoslavia e dalla Bulgaria mentre la maggior parte delle truppe elleniche si trovavano a combattere sul fronte albanese contro gli italiani, occuparono il paese. La Grecia si arrese alla Germania non all’Italia scatenando il furore del duce che, in seguito, volle che si facesse un ulteriore atto ufficiale di resa a favore pure degli italiani …

La Grecia che allora contava 7.200.000 abitanti, durante la guerra 1940-1944, perdette nelle varie battaglie tra i 17.000 e i 73.700 soldati ed ebbe 47.000 feriti molti dei quali in seguito deceduti. Altissimo il numero dei civili che perdettero la vita a causa della fame, dei disagi, delle stragi: dai 325.000 ai 391.000! Una media considerevole in base al numero degli abitanti. (Fonti dati statistici: Lous L. Snyder’s Historical Guide to World War II-1982- Greenwod Press)

Incontro di approfondimento a Castelverde (Cr)

Lunedì 28 ottobre (2013), alle ore 21, presso il Centro Culturale Agorà di Castelverde (Cremona),in occasione della Festa Nazionale greca denominata “Giornata del No”, si terrà un incontro di approfondimento sull’argomento.

 

Titolo dell’incontro:

28 ottobre 1940. La giornata della dignità greca e della vergogna italiana”

 

Interverranno:

Carmine Lazzarini, sindaco di Castelverde che parlerà del perché è importante ricordare il 28 ottobre.

Fulvio Stumpo, storico e giornalista de “La Provincia” di Cremona che relazionerà sull’intervento italiano in Grecia nel 1940.

Giuseppe Azzoni, “Associazione Nazionale Partigiani d’Italia”- sezione di Cremona (ANPI), con il tema “I cremonesi nella Resistenza greca”.

Angelo Locatelli, storico e giornalista in veste di vicepresidente della “Comunità Ellenica di Brescia e Cremona” con il tema: “Il riscatto della dignità italiana con la Divisione Acqui a Cefalonia e a Corfù.

Sarà presente anche una delegazione dell’ “Associazione Nazionale Divisione Acqui” di Cremona, che porterà il suo saluto.

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Greci in Italia

Greci in Italia

 

Su un sito internet una tabella riporta il numero dei greci in Italia. Nel 2010 risultavano essere solo 7250, qui presenti per lavoro, studio o motivi personali.

Naturalmente penso che in questo elenco siano compresi solo quelli con passaporto/nazionalità greca ma comunque c’è qualcosa che non torna.

Ultimamente, anche all’ultimo Congresso della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche svoltosi a Cinisello Balsamo il 29 settembre 2013, è stato fatto il numero di 38.000.

Molti greci che hanno acquisito la nazionalità italiana da decenni. Quelli giunti qui, specie donne, dopo la guerra del 1945, come vengono considerati? Risultano ancora segnati da qualche parte come tali?

Da Evaghelìa, di Cefalonia, discendono 22 persone con sangue greco: 5 figli, 10 nipoti, 7 pronipoti. In quale modo possono essere conteggiati questi “discendenti”?

E quelli che sono in Italia dall’Ottocento e dai primi del Novecento? E gli altri nella penisola da secoli?

In passato, per la pagina culturale di un quotidiano, ho tenuto una rubrica sui cognomi. Ho avuto così modo di constatare la grande diffusione dell’ “onomastica” di derivazione ellenica nella penisola italiana.

Da qualche parte sta scritto che gli italiani discendenti da greci con cognomi tipicamente greci, in parte italianizzati per ipercorrettismo (come ad esempio Stradiotti, per “Stratioti”, soldati prevalentemente greci al soldo dalla Repubblica di Venezia), dovrebbero aggirarsi sui 250.000. E questo tenendo conto solo di percentuali medie dei cognomi calcolati con derivazione ellenica varia: patronimica (es. Alessandri, Nicoli, Alessi, Anastasio, Anastasi, ecc.), matronimica (come Catrini e Agati), etnica (Candiano, Politi, Gerace, Sparti), da mestiere (Agelao, Spatari, Cannavaro, Barillà, Mastroianni, Papa nel senso di prete), da soprannomi (Zangari, da tsagkàris, calzolaio), ecc.

Secondo me le stime, specie se volgiamo la nostra attenzione al sud, sono per difetto. Là troviamo centinaia di cognomi greci, migliaia e migliaia di famiglie, come ad esempio: Alia, Andronico, Archimandriti, Argirò, Arcudi, Blefari, Bucalo, Calì, Calò, ecc.

Ma anche al nord ritroviamo cognomi tipicamente greci come Andrico in Lombardia, ecc.

Sarebbe buona cosa approfondire l’argomento.

Angelo Locatelli

Dal sito: www.comuni-italiani.it

 

Andamento Annuale

Anno Residenti in Italia %Maschi Numero Comuni Var. Anno Prec.
2006

6.831

54,9%

980

2007

7.063

54,7%

1.016

3,4%

2008

7.285

54,1%

1.068

3,1%

2009

7.436

53,1%

1.082

2,1%

2010

7.250

52,4%

1.113

-2,5%

 

Distribuzione per Regione (2010)

Regione Residenti %Totale %Maschi Var. Anno Prec. Comuni
Abruzzo

504

7,0%

53,4%

0,8%

35

Basilicata

15

0,2%

53,3%

-21,1%

6

Calabria

127

1,8%

61,4%

-8,0%

23

Campania

170

2,3%

47,1%

-58,0%

73

Emilia-Romagna

911

12,6%

55,9%

0,9%

117

Friuli-Venezia Giulia

198

2,7%

54,5%

-6,2%

28

Lazio

1.093

15,1%

49,1%

0,1%

72

Liguria

158

2,2%

63,9%

-0,6%

33

Lombardia

1.310

18,1%

50,6%

4,7%

224

Marche

322

4,4%

57,5%

-0,3%

40

Molise

32

0,4%

59,4%

77,8%

8

Piemonte

329

4,5%

48,9%

-3,2%

65

Puglia

400

5,5%

55,5%

4,2%

67

Sardegna

95

1,3%

58,9%

-7,8%

26

Sicilia

241

3,3%

46,1%

3,4%

58

Toscana

538

7,4%

54,1%

0,9%

90

Trentino-Alto Adige

75

1,0%

45,3%

19,0%

18

Umbria

272

3,8%

46,0%

0,0%

26

Valle d’Aosta

2

0,0%

50,0%

-33,3%

2

Veneto

458

6,3%

52,4%

-5,8%

102

 

Comuni con la presenza maggiore di greci (2010)

Pos Comune Residenti %Maschi Var. Anno Prec.

1

Roma

873

49,7%

0,7%

2

Milano

486

49,8%

6,1%

3

Bologna

292

57,5%

-1,7%

4

L’Aquila

261

49,8%

-0,4%

5

Torino

205

47,3%

-7,2%

6

Pavia

203

52,2%

-1,5%

7

Perugia

202

48,0%

-1,5%

8

Firenze

176

56,3%

0,0%

9

Bari

169

69,8%

0,0%

10

Ferrara

150

52,0%

7,1%

11

Chieti

126

64,3%

-1,6%

12

Padova

117

55,6%

-10,7%

13

Trieste

116

56,9%

-7,9%

14

Genova

105

60,0%

-2,8%

15

Macerata

100

63,0%

-9,9%

16

Parma

94

46,8%

4,4%

17

Venezia

84

50,0%

7,7%

18

Siena

77

57,1%

4,1%

19

Messina

73

54,8%

1,4%

20

Ancona

73

60,3%

2,8%