Καλή Σαρακοστή σε όλους — Buona Quaresima

Η λαγάνα

Η λαγάνα

FB_IMG_1488128617432Quest’anno la Pasqua ortodossa e quella cattolica si celebreranno nello stesso giorno Domenica 16 Aprile. Con oggi (Καθαρά Δευτέρα – Lunedì puro) inizia la Quaresima (Σαρακοστή) per gli ortodossi, mentre per i cattolici inizierà fra due giorni col mercoledì delle ceneri. Καθαρά Δευτέρα è stato chiamato così perché i cristiani devono essere “puliti”, mentalmente e fisicamente. E’ un giorno di digiuno e di riposo per i cristiani, ma il digiuno durerà altri 40 giorni, quanti sono stati i giorni di digiuno di Cristo nel deserto.
Per Καθαρά Δευτέρα di consueto si mangia la Lagàna (pane azzimo fatto solo in questo giorno), e altri commestibili quaresimali, soprattutto verdure, come la zuppa di fagioli senza olio.Tradizionalmente le famiglie si recano nelle campagne o nei parchi e mangiano all’aperto. Altri piatti tipici del giorno sono la taramosalata (una salsa fatta con uova di pesce e limone), le dolmadàkia (foglie di vite ripiene di riso), e tutti i frutti di mare, preparati in diversi modi. Il dolce della festa è il halvàs , una sorta di budino al semolino. Il pranzo all’aperto si accompagna a canzoni e balli tradizionali. Il simbolo assoluto del Καθαρά Δευτέρα e della sua atmosfera allegra e primaverile è l’aquilone: tradizionalmente bambini e adulti fanno volare l’aquilone. Ma c’è pure un altro gioco dei bambini che simbolizza la speranza e l’attesa di questa festa: la “signora Quaresima ” (Η Κυρία Σαρακοστή) una bambola di carta a sette gambe che rappresentano le sette settimane della Quaresima. Ogni settimana una gamba viene tagliata per mostrare quante settimane rimangono fino a Pasqua.
FB_IMG_1488129435667Καλή Σαρακοστή σε όλους !!

IN RICORDO DI JANNIS KOUNELLIS: UN’ARTE POVERA RICCA DI PROFONDA UMANITA’

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO QUESTO CONTRIBUTO DEL PROF. CARMINE LAZZARINI IN RICORDO DI JANNIS KOUNELLIS

UN’ARTE POVERA RICCA DI PROFONDA UMANITA’

Pochi giorni fa, il 16 febbraio 2017, si è spento a Roma il più famoso artista greco degli ultimi decenni, Jannis Kounellis, che era nato al Pireo nel 1936. Libertà e unicità (cioè originalità assoluta) era il suo motto di uomo e di artista: un greco rappresentante dello “spirito greco” di tutti i tempi. In un’intervista, disse al suo interlocutore: “La libertà è anche onirica. La immagini. Ne sei attratto. Ti mette in movimento. E’ un sogno che non finisce. Dunque bisogna essere sempre per la libertà. Perché ti aiuta a sognare. E questo è indispensabile per chi fa il mio mestiere”.

Ventenne, Kounellis era giunto a Roma per studiare all’Accademia delle Belle Arti e qui cominciò a sviluppare la sua opera di innovatore, che suscitò sempre polemiche e discussioni sul senso del fare arte nella contemporaneità: dispute accese ma mai banali, in quanto obbligavano ad un approfondimento sul rapporto tra la grande tradizione (che ricercava la bellezza e l’armonia) e i drammi del “secolo breve”.

Il grande psicanalista Massimo Recalcati scrive di lui: “Dobbiamo immaginarci Jannis, il bambino di dieci anni che nella sua casa greca resta spaventato e affascinato dagli angoli dove nella notte apparivano ombre misteriose. Angoli, spigoli, anfratti, insenature: per Kounellis non c’è arte senza il senso del mistero, senza incontro con il buio dell’angolo. In questo senso, come afferma, l’opera è farsi percorrere dall’ombra”.

Kounellis, più che pittore, fu il creatore di “installazioni e performance” memorabili, riconosciute come capolavori dell’arte contemporanea. Si pensi ai cavalli legati alle pareti della galleria (natura viva, non morta, diceva), alla “Porta chiusa” di San Benedetto del Tronto, ai “buoi macellati” di Barcellona, ai suoi numerosi “Senza titolo”. Nelle sue installazioni compaiono di volta in volta elementi che si prestano all’interpretazione simbolica: carbone, fuoco, labirinti, sacchi e vecchi indumenti, ferro vecchio, cocci dei villaggi cinesi, vele mosse dal vento. Scenografie costruite intrecciando materiali d’uso ed elementi che rimandano al mito, al simbolo, attraverso i quali il visitatore diventa co-costruttore di senso, protagonista della sua “arte povera”.

Sosteneva che l’arte è profondamente legata alla malinconica, al senso della tragedia del nostro tempo. Disse: La melanconia va messa in rapporto con l’ottimismo voluto ed imposto dai poteri economici. Di fronte a questa “interessata marea allegra”, parlare di melanconia è come mettere un dito nella piaga”. Un emulo di Odisseo, dunque, che voleva varcare tutte le colonne d’Ercole, rompere lacci e strettoie, verso il nuovo: ma sulla sua nave portava con sé quanto aveva raccolto dal passato, dalle sue avventure.

Un critico ha scritto che la sua era un’arte epica, che esprimeva tutto il lascito del passato: “Il funebre treno colmo di cappotti neri che aveva allestito alla Pescheria di Pesaro sapeva evocare la tragedia dell’Olocausto e con essa tutto il dolore che l’umanità ha sopportato nel corso dei secoli, dei millenni. Come se tutti i funerali celebrati al mondo fossero precipitati lì, in un solo luogo e in un solo tempo” (Gregorio Botta).

Vogliamo terminare questa “con-doglianza” (un soffrire e un ricordare insieme), con l’analisi di una sua famosissima opera del 1975: Tragedia civile. Un’opera perturbante, apparentemente assurda, ma che riassume tutta la storia dell’arte e della tradizione greca. Una stanza vuota, la parete dipinta d’oro, una vecchia lucerna sulla sinistra, a destra un attaccapanni con un cappello e un cappotto, entrambi neri.

Scrive Recalcati: “Solo  la presenza di una lampada a petrolio  che condensa quella storia dell’arte che ha dato corpo al grido drammatico dell’uomo: la luce ombrosa di Caravaggio, la lampada sul tavolo dei Mangiatori di patate di Van Gogh, quella di Gernica… Mentre nelle icone bizantine l’oro sottolinea e circonda il carattere sacro del volto del santo, l’oro circonda qui un’assenza… In Tragedia civile il contrasto tra l’assoluto dell’oro e l’assenza evocata dalla presenza del nero degli abiti appare ancora più lacerante: l’uomo – ecco forse la tragedia – ha deposto i propri abiti, di lui non resta nulla: solo la sua mancanza, la sua assenza”.

Grazie Jannis, per obbligarci a pensare, per spingerci a difendere valori che ci aprono ancora alla speranza.

CARMINE LAZZARINI 23/2/2017

Carnevale – Οι Αποκριές

Οι Μπούλες και οι Γενίτσαροι στη Νάουσα

Οι Μπούλες και οι Γενίτσαροι στη Νάουσα (Bocce e giannizzeri a Naoussa

Il Carnevale è una festa che si celebra in tutti i paesi di tradizione cristiana nel periodo precedente alla Quaresima. In Grecia il Carnevale viene chiamato Apokriès, che significa letteralmente “astinenza dalla carne ”, con lo stesso significato quindi del nome italiano Carnevale  (in latino “ carnem levare ” cioè “togliere la carne ”). Il Carnevale greco vanta una tradizione antichissima. Le radici delle celebrazioni carnevalesche risalgono infatti all’antica Grecia, derivando dal paganesimo e dalle antiche festività di culto in onore di Dioniso, dio del vino e della festa. Il periodo delle Apokriès comincia dieci settimane prima della Pasqua ortodossa e termina all’inizio della Quaresima (Η Σαρακοστή): dura quindi tre settimane , ossia quelle che precedono il “lunedì pulito o puro” (Καθαρά Δευτέρα) che rappresenta il primo giorno della Quaresima ortodossa (come il mercoledì delle ceneri dei cattolici) e che dà inizio ad un periodo di astinenza, digiuno e sobrietà. La prima settimana del Carnevale si chiama settimana di Profoni perché ora viene annunciato il periodo del Carnevale. La seconda è la settimana detta Kreatinì durante la quale si mangia carne e le Apokriès si concludono con la settimana chiamata Tyrinì quando si può mangiare formaggio, latticini e uova dato che da questa settimana inizia il divieto di mangiare carne. Un giorno particolare di festa e celebrazione di questo periodo di divertimento è il giovedì della seconda settimana; si chiama Tsiknopempti (potrebbe essere paragonato al giovedì grasso della tradizione cattolica) perché l’odore della carne arrostita si sente ovunque nel Paese. Come in ogni altro paese al mondo, il Carnevale greco è un periodo di festa e divertimento per grandi e piccini: ci si maschera e si mangia carne e cibi tradizionalmente legati a questa festa, piatti succulenti e ricchi in vista del digiuno quaresimale. Νonostante l’atmosfera di festa, il sabato che precede la Quaresima così come il primo sabato del periodo di digiuno (chiamati “Psichosàvata ” in greco) sono dedicati ai defunti: quei giorni si prepara la kollyva, un dolce a base di grano bollito farcito con zucchero, cannella, noci, sesamo, melagrana, prezzemolo e uva sultanina. Anche se segna la fine di tutti i festeggiamenti, Katharà Deftera, ovvero lunedì pulito o di purificazione, è tuttavia un giorno festivo. Tradizionalmente le famiglie si recano nelle campagne o nei parchi e mangiano all’aperto. Sono tanti i cibi tradizionali del lunedì pulito, ma il cibo principale è la lagàna, un pane quaresimale azzimo preparato e mangiato solo in questo giorno. Altri piatti tipici del giorno sono la taramosalata (una salsa fatta con uova di pesce e limone), le dolmadakia (foglie di vite ripiene di riso), e tutti i frutti di mare, preparati in diversi modi. Il dolce della festa è il halvas , una sorta di budino al semolino. Il pranzo all’aperto si accompagna a canzoni e balli tradizionali. Il simbolo assoluto del lunedì pulito e della sua atmosfera allegra e primaverile è l’aquilone: tradizionalmente bambini e adulti fanno volare l’aquilone.11140000_1000926936666432_2014853335480876152_n Ma c’è pure un altro gioco dei bambini che simbolizza la speranza e l’attesa di questa festa: la “signora Quaresima ” una bambola di carta a sette gambe che rappresentano le sette settimane della Quaresima. Ogni settimana una gamba viene tagliata per mostrare quante settimane rimangono fino a Pasqua. Il Carnevale di Naoussa “Giannizzeri e bocce” è una festa insolita: non si tratta di una sfilata divertente di maschere e travestimenti, ma è piuttosto un rito d’iniziazione all’amore e alla guerra, alla libertà e all’ indipendenza, che si ripete ogni anno in questa cittadina macedone a ovest di Salonicco. Al Carnevale partecipano solo uomini non sposati che indossano i costumi tradizionali. In memoria dei morti nella lotta contro i turchi, gli abitanti della città indossano i costumi dei liberatori con maschere di cera (per non essere riconosciuti) e sul petto monete d’argento. Anche i personaggi femminili, “le bocce ”, sono impersonati da uomini. Altri carnevali molto frequentati sono quelli di Xanthi (in Tracia), Sohos (vicino Salonicco), Tyrnavos (in Tessaglia), Zante (Isole Ionie) dove si celebra una “ Giostra cavalleresca ”, nella quale sono impegnati gli isolani. L’usanza della “battaglia di farina” (” alevromountzouròmata”) a Galaxidi (cittadina a 200 km di Atene) potrebbe essere nata all’inizio dell’ ‘800 come sfida verso i dominatori turchi.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: LA RAGAZZA DEL MAR NERO

VENERDI’ 10 MARZO ALLE ORE 17,30 a Cremona  Sala Spazio Comune in piazza Stradivari, verrà presentato dall’autrice Maria Tatsos il libro LA RAGAZZA DEL MAR NERO, la tragedia dei greci del Ponto.

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Una storia vera che sembra un romanzo: il drammatico e poco conosciuto genocidio dei greci del Ponto in cui si possono “leggere” le tante tragedie e persecuzioni di oggi. Il 19 maggio di ogni anno, in Grecia e nelle comunità greche sparse in tutto il mondo, si celebra la Giornata della memoria del genocidio dei greci del Ponto, un evento drammatico ma poco noto della Storia del Novecento. All’inizio del secolo scorso, circa settecentomila greci vivevano sulle sponde del Mar Nero. Di fede cristiano-ortodossa, avevano salvaguardato la loro identità etnica, culturale e religiosa, pur facendo parte dell’Impero ottomano, in una situazione di convivenza pacifica. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, tutto cambiò. Prima il genocidio degli armeni (1915), quindi la persecuzione dei greci e degli assiri. La politica attuata tra il 1916 e il 1923 nei confronti dei greci del Ponto portò a massacri, deportazioni, marce forzate in pieno inverno, arruolamento degli uomini in battaglioni di lavoro. Dei settecentomila abitanti originari, circa la metà trovò la morte, mentre i sopravvissuti fuggirono in Grecia. La giornalista Maria Tatsos ci racconta la storia di una di loro: Eratò Espielidis (1896-1989), nata sulle sponde del Mar Nero a Kotyora (l’odierna Ordu), e della sua famiglia. Dall’infanzia felice nella sua casa sul mare all’angoscia di giovane sposa cui è portato via il marito e di madre che lotta per la sopravvivenza del suo bambino di due anni, la vicenda di Eratò – nonna dell’Autrice – è emblematica della tragedia vissuta da molte famiglie greche del Ponto. La vicenda personale e quella di un popolo sono raccontate dalla Tatsos al tempo stesso con l’obiettività della studiosa e la passione di chi è direttamente coinvolto. Scrive la Tatsos nell’introduzione: “La storia di mia nonna Eratò è una goccia nel mare di un’immane tragedia. Questo libro vuole essere un tributo alla memoria, per non dimenticare e per capire quanto siano simili le stragi di ieri a quelle di oggi. Ma è anche un inno alla speranza, perché una società che sa essere accogliente può diventare più ricca. Perché anche i nostri nonni o bisnonni, in altri momenti della Storia, sono stati profughi, immigrati, stranieri e, se hanno fatto fortuna in terre lontane, è perché qualcuno ha offerto loro un’opportunità. E perché l’ospitalità, praticata come facevano i miei antenati, è un dovere sacro, come esseri umani e come cristiani, per non lasciare vincere l’odio, mai”.
 
maria-29Maria Tatsos, di origine greca, è laureata in scienze politiche e diplomata in lingua e cultura giapponese presso l’Isiao di Milano. Giornalista professionista freelance, scrive per Elle e altre testate, collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e con il Centro di Cultura Italia-Asia. Tiene corsi di scrittura autobiografica ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche.
TUTTI I SOCI E GLI AMICI SONO INVITATI A PARTECIPARE