“Da Pericle a Papadìmos” di Enzo Terzi

Oggetto: presentazione del volume “Da Pericle a Papadìmos” di Enzo Terzi

Cremona, “Spazio Comune”, Piazza Stradivari, 7,  2 marzo 2014, ore 11

Comunicato Stampa

Pericle era l’uomo forte che nell’Atene del V secolo favorì la democrazia.

 Lucas Papadìmos era l’economista al governo della capitale nel terribile anno 2012, mentre la Grecia sprofondava.

Tra loro, Enzo Terzi, che con il suo volume “Da Pericle a Papadimos”, racconto autobiografico, excursus storico e reportage di attualità, teorizza, dalla città di Atene ove risiede,  la fine di un’epopea iniziata proprio nel V secolo. Come la democrazia nacque a seguito di turbolenze sociali e civili, oggi, con la rivolta, si segna il punto di arrivo e la necessità di una ricostruzione calibrata su un novo uomo moderno. Una rappresentazione dettagliata e documentata di una crisi oramai pluriennale, non troppo lontana, in fondo, dalla realtà di molti altri Paesi europei.

Una lezione che la Grecia contemporanea, pur suo malgrado, vuole offrire all’Europa, così come, nell’antichità.  Una lezione sofferta dalla quale, con impegno, la Grecia potrebbe, dalle sue ceneri, promuovere un nuovo rinascimento.

[ locandina dell’evento ]

La scrittura come farmaco – Storia e testimonianza di Rita Nicolaidis.

La nostra associata Rita Nicolaidis, lunedì 10 febbraio 2014, ha presentato, presso l’Università della Terza Età di Cremona, un libro autobiografico di grande intensità che ha coinvolto un pubblico attento che, in più di un’occasione, ha sentito la spontanea necessità di applaudire. Applausi ammirati alla sua forza di voler guardare alla vita con ottimismo, in omaggio alle mille sfaccettature di quella grazia e delicatezza che traspaiono nonostante le difficoltà derivate da un’emiparesi postraumatica. Accanto a lei un altro nostro socio, Carmine Lazzarini, che, con la competenza che lo contraddistingue, ha illuminato certi passaggi della narrazione legati alla vita della scrittrice in correlazione allo scritto come cura, come ricordo, come voglia di andare avanti con determinazione.

 

In una lezione tenuta all’Università della Terza Età di Cremona, Rita Nicolaidis, di origine greca (il nonno era di Rodi), una laurea in Filosofia all’Università di Bologna, ha narrato la sua esperienza drammatica, che trova sbocco nella scoperta della scrittura come farmaco, come cura di sé. L’incontro, al Teatro Filodrammatici di Cremona, è stato introdotto dal prof. Carmine Lazzarini, Collaboratore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, che ha riassunto i temi del testo pubblicato da Rita  “Vola colomba, aringhe affumicate e farfalle” (Ladolfi Ed., 2012). Mentre Enza Latella, del gruppo teatrale “Primadonne” ne ha letto passi salienti, con grande efficacia e immedesimazione.

Dopo aver citato esempi e testi famosi (da Ovidio a Viktor Frankl e David Grossman), Lazzarini ha precisato che l’autobiografia di Rita (scritta in terza persona in modo da distaccarsi da una materia “vissuta” in modo bollente da diventare lancinante) presenta il suo personaggio alle prese con i postumi di un incidente stradale capitato il 5 dicembre 1993, da cui si è salvata per caso, o per miracolo: la macchina che la seguiva era di un medico, Livio, che aveva con sé la borsa con i farmaci per riportarla in vita.

La protagonista del testo è una donna giovane, forte, bella, sportiva, coraggiosa e mai doma, che tornando da Rimini una giornata d’inverno, già vicino a casa, sbanda e si trova in coma per 26 giorni all’Ospedale Civile di Brescia, poi con un’emiparesi e una emianopsia sinistra, oltre a vari disturbi dell’orientamento, dell’attenzione e la necessità di una fisioterapia continua. Ma Rita reagisce con forza, con rabbia, con caparbietà, fino a sfidare il proprio destino di disabile.

Il testo narra le progressive conquiste in quasi due decenni. La lotta per rivivere in piena autonomia, senza farsi smontare da nulla, verso una “normalità” irraggiungibile, ma di fatto raggiunta. Tanti gradini da fare uno per uno, per giungere in cima ad una scala che non ha fine. Senza mai mollare, senza arrendersi di fronte a prognosi negative. Fino a conquistarsi una mobilità “accettabile”, un lavoro “accettabile”, la piena autonomia in una solitudine voluta (ma il gatto Zerby c’è), in una casa con un mutuo da pagare mese per mese. Autonoma volutamente, fino ad arrivare a dire “Che noia!”, quando l’aiutano troppo, facendola sentire handicappata.

Scrive: “Le viene da pensare che chiunque si trovi in uno stato di emergenza di salute debba reagire nella sua stessa maniera: con grinta estrema, cercando sempre una briciola di miglioramento ogni istante, di giorno in giorno. Lei l’ha cercata con intelligenza, coniugando alla riabilitazione le sue passioni, i suoi interessi, la musica prima di tutto. Alla sera aveva deciso, ad esempio, di cenare ad orario preciso, ma, per regolare l’istinto di fame che aveva ereditato dal coma, doveva attendere fino alle 20; per distrarre il suo senso di fame, leggeva”.

Con ottimismo, al giorno d’oggi, afferma che la vita è più dolce, ha più sapore, anche se a volte è stucchevole e allora non pensa al tempo passato e a come sarebbe potuta essere”. Oggi dice: «Ho questa vita e la voglio vivere fino in fondo al meglio!».

In questa sua reazione Rita Nicolaidis sperimenta che cosa significa “resilienza”, un termine passato dalla scienza dei materiali (capacità di reggere agli urti violenti) alla medicina e alla psicologia, riorganizzando- come ebbe a scrivere Elena Malaguti (“Educarsi alla resilienza”, Erikson, Trento 2005)- “il proprio percorso di vita, trasformando l’evento doloroso e traumatico in un processo di apprendimento e di crescita, quando le attività abituali della quotidianità sono state interrotte”.

Il filo conduttore di “Vola colomba” vuole rispondere alla domanda: come vivere una vita piena, dotata di senso globale, ricca di momenti di scoperta e di conquista, di sorpresa, nella quotidianità del presente, nella rievocazione del passato e nel sogno/speranza per il futuro. Quali passaggi sono necessari per arrivare a dire: ora, solo ora, vivo una vita piena, forse proprio grazie … al trauma!

Il testo di Rita è paradigmatico da questo punto di vista. Manifesta ad un certo punto un “atto di fede”, con la scelta di giocare fino in fondo le carte di una seconda possibilità: una seconda vita laddove la prima è finita traumaticamente. Non sfuggire all’incontro con la disabilità, la menomazione, il dolore, ma  “cogliere la malattia come opportunità di riscatto”, imparando a vivere non solo nonostante la malattia, ma avendo il coraggio di utilizzare tale stato come fonte di sviluppo, fino a rendere la nuova seconda vita più felice di quella precedente al trauma.

Scrive: “In ogni caso la sua era pur sempre una vita che reclamava dignità: meritava di essere vissuta al meglio. Perciò… era fermamente convinta dell’importanza di trarre profitto dalla difficoltà della propria condizione”. In tale condizione un passaggio importante fu per Rita scoprire la “bellezza della quotidianità”.

Scrive ancora: “Forse per apprezzare la quotidianità dei gesti bisogna semplicemente applicare ciò che Paolo Jedlowski sostiene in ‘Un giorno dopo l’altro’, cioè che ci si deve sforzare di interpretare la consuetudine sempre in modo eccezionale, attribuendo un significato di novità ad ogni cosa, dal risveglio, innanzitutto, e poi, di seguito, a tutto il resto della giornata. Sarà utile, per dirla con una felice metafora di Marianella Sclavi, ‘uscire dalle  cornici per esplorare mondi possibili’ ”.

 Per lei, sarebbe cominciata con una nuova fase di rieducazione nella quale compare la scoperta del valore della scrittura autobiografica, molto efficacemente esplicitata da Rita nel suo intervento all’incontro.

“La scrittura è lo strumento per ottenere concretamente la ‘catarsi del dolore’, in una parola trasformazione di esso in qualcosa di diverso, di più  accettabile. Il dolore, morale lancinante, quello di trovarsi in un letto d’ospedale a ventotto anni, non sapendo nulla sull’accaduto, sapendo e capendo solo di essere immobilizzati e magrissimi per i giorni trascorsi nella camera di terapia intensiva. Erano situazioni di malattia che io non conoscevo -scrive- e nessuno in ospedale mi aveva informato di ciò che mi stava accadendo. I miei familiari parlavano con me, ma io ero in uno stato di post-coma, addirittura, per il liquido fermo nel cervello nella parte del linguaggio, non avevo più la parola, cioè riuscivo a pensare, ma non usciva niente dalla bocca. Più che dolore era panico del non sapere, c’era poi anche in certa misura il dolore fisico, questo degli spasmi, in primis, insieme al malessere del ricovero in ospedale; il dolore per i familiari, il forte senso di colpa in particolare per la madre che mi accudiva quotidianamente giorno e notte. Ebbene, la scrittura con cui mi disimpegnavo discretamente ma per la quale alle superiori non eccellevo, mi ha aiutato a prendere le distanze… Ogni giorno mi trovavo davanti al computer del lavoro per individuare una nuova rappresentazione di me, l’identità narrativa.

La traduzione in parole sul foglio, cartaceo, ma meglio, digitale, del mio essere fisico, motorio, mentale, mi ha aiutato a trovarmi, a riconoscermi e lavorare con la testa sul dolore, di cui vi ho parlato, a dargli forma, a tenergli  testa/attuarne la catarsi, così la mia esistenza si ricuciva alle emozioni, ai sentimenti tragicamente interrotti  sul lettino della rianimazione dell’ospedale di Brescia. Tale operazione aveva alla fine una funzione sedativa e rigenerativa: dopo la scrittura mi sentivo  più in pace e più forte, restituendomi la forza primitiva della mia persona, mettendomi in grado di ricominciare a ‘vivere la vita nonostante’. Molto importante diventava la sospensione narrativa, ossia la ricerca spasmodica della parola giusta, quella più adatta per definirmi. La dimensione del tempo faceva in modo che il momento in cui raggiungevo, individuavo, la parola giusta, quella più precisa per definirmi, diventava un momento di euforia, esaltazione: il tutto coincideva con la catarsi. Certamente, io sono già per indole analitica e cerebrale, ma è stata  la scrittura che mi ha aiutato a capire che cosa stava succedendo al mio corpo e alla mia mente, il vedere sul foglio concretamente la parola scritta ferma, che definisce, aiuta a pensare, riflettere. La scrittura era diventato l’atto quotidiano con cui riprendere le fila della mia vita, era il farmaco di ogni giorno”.

Questo mi piacerebbe comunicare a tutti: è importante entrare in relazione con le persone, gli animali, le cose, il mondo, con tutto ciò che ci circonda, come fa lei oggi, come mai aveva fatto. C’è voluto l’handicap per sentire la necessità di concepire e poi attuare un simile pensiero e una tale scelta di vita. D’altra parte, come continuo a sostenere: “È necessario uscire dalle cornici per esplorare mondi”.

rLazzarini, Nicolaidis, Latella rPubblico presente in sala rRita Nicolaidis